Venezuela, tra inflazione, migrazioni e nuovi interessi internazionali.
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di Simone Cirulli – responsabile progetti Brasile, Colombia, Haiti e Venezuela

Il Venezuela è un Paese complesso. Complesso perché esistono molte regole, alcune scritte, altre non scritte ma che si devono sapere. Complesso perché lo stipendio medio è di circa 30 dollari americani ma una pizza da asporto può costarne anche 23 e, soprattutto nelle grandi città, si vedono molte automobili che valgono più di 40.000 dollari e locali “alla moda” ce ne sono e, spesso, sono pieni. Complesso perché le persone emigrano alla ricerca di opportunità difficili da trovare. Complesso perché il Venezuela è oggetto di una crisi umanitaria ormai stabile.

Quello che sembra un paradosso in realtà non lo è. Quando una condizione si sclerotizza, per quanto emergenziale sia, diventa la normalità e quindi è difficile parlare di crisi. Nonostante ciò la maggior parte delle iniziative di cooperazione internazionale in corso nel Paese sono nel settore umanitario, cioè sull’emergenza, e molto di meno sullo sviluppo. Persino nella capitale, Caracas, il tasso di povertà stimato è del 94,5% (studio condotto dall’Università cattolica Andrés Bello alla fine del 2021) con picchi di povertà estrema del 76,6%. L’emigrazione è continua, anche se ultimamente si assiste ad un certo rallentamento e, secondo dati non confermati ufficialmente dal governo ma rilevati da Nazioni Unite[1], ONG ed altre organizzazioni impegnate sui Diritti Umani, per il 2022 si dovrebbe raggiungere un totale di circa sette milioni di persone andate via. Su una popolazione di trenta milioni, questo vuol dire circa il 25%. Tanto per capirci: sarebbe come se in Italia ad un certo punto si svuotassero Lazio e Lombardia.

 Inoltre la migrazione ha due facce. Da un lato se ne vanno i più poveri, dall’altro le persone con professionalità più elevate come medici ed ingegneri che trovano facilmente lavoro in altri paesi dell’America Latina o degli Stati Uniti, principalmente. Questo ovviamente causa un ulteriore impoverimento del Venezuela che perde di competitività e capacità di offrire servizi. L’emigrazione in parte spiega anche perché la gente riesce a sopravvivere con stipendi di trenta dollari al mese (due sino a pochi mesi fa). Molte famiglie vivono delle rimesse di chi sta lavorando all’estero. Un’economia quindi falsata e dominata dall’iperinflazione che era arrivata al 9.585,5% nel 2019.  Quindi, se a quell’epoca avevi un po’ di soldi nella valuta locale, il bolivar, per andare a cena fuori (cosa già di per sé per privilegiati), dovevi andarci la sera stessa perché c’era il rischio che, con gli stessi soldi che avevi in mano, il giorno dopo pagavi un caffè. Per questo, anche se il dollaro statunitense era ufficialmente non permesso per i pagamenti, costituiva la moneta effettivamente circolante e accettata da commercianti e fornitori.

Recentemente la situazione si è un po’ arginata, il Governo ha tolto sei zeri dalle banconote e varato altre misure di contenimento. Oggi l’inflazione è di circa, “solo”, il 600%. Un effetto sia di politiche tese a tamponare la situazione sia, si presume, del contesto internazionale in rapido mutamento. Il bolivar continua a non essere particolarmente gradito dagli esercenti venezuelani ma ricominciano ad accettarlo, perlomeno un po’ di più (anche se tendenzialmente ti guardano male quando gli porgi la banconota).

L’effetto di una crisi come quella venezuelana è multifattoriale e incide su più livelli. La sanità continua ad essere gratuita, almeno per le prestazioni di medici e ricoveri/degenze, ma non le medicine. Se si deve fare un intervento anche banale ma salvavita come un’appendicite, il paziente deve procurarsi antibiotici, quanto necessario per l’anestesia e tutto il resto. Il costo può arrivare anche a duemila o tremila dollari. La sanità continua ad essere pubblica ma questi costi collaterali stanno causando una crescita esponenziale delle cliniche private dove, per la stessa cifra ti ricoverano, ti operano e ti fanno uscire con un pacchetto chiavi, pardon appendicite, in mano. Stanno crescendo, per chi se le può permettere, le assicurazioni sanitarie che, in caso di necessità, pagano le spese nelle strutture private. E questo è un altro paradosso. Un paese bolivariano e d’impronta socialista che si trova con una gestione della salute simile a quella dei lontani, ideologicamente, Stati Uniti.

Qualcosa sta cambiando. La crisi mondiale generata dal conflitto Russia-Ucraina sta rimettendo in discussione gli equilibri geopolitici. Il Venezuela, Paese una volta estrattivista ma oggi, con una industria del petrolio bloccata a causa dell’embargo e del generalizzato deficit di efficienza produttiva, è stato visitato a marzo da diplomatici USA. L’incontro è stato così descritto dal Presidente Maduro: “Abbiamo avuto un incontro rispettoso, cordiale, molto diplomatico tra la delegazione del governo degli Stati Uniti e quella venezuelana. C’erano le bandiere degli Stati Uniti e del Venezuela e sembravano belle, unite come dovrebbero essere”. Conseguenza è che Biden ha annunciato il 18 maggio una prima attenuazione delle sanzioni. Ora i combustibili fossili (di cui il Paese è ricco) servono e tanto, anche da paesi che da molti anni sono in altre orbite d’influenza. Petrolio non olet. Nel frattempo l’agricoltura venezuelana potrebbe subire una battuta d’arresto per la difficoltà, a causa della guerra, di reperire i fertilizzanti che venivano dall’Ucraina, paese che detiene la leadership per questo tipo di prodotti. Crisi dell’agricoltura significa aumento dell’insicurezza alimentare.

Cosa succederà? Sicuramente la situazione è fluida e qualcosa, rispetto allo stallo perdurante da anni, cambierà. Speriamo per dare soluzioni alle fasce della popolazione più fragili e a cui CISV presta attenzione attraverso progetti  di lotta alle povertà (economiche, educative, sanitarie), di promozione dei Diritti Umani e di tutela di chi, soprattutto donne, è in prima fila nella loro difesa.


[1] https://www.europapress.es/internacional/noticia-venezuela-supera-umbral-seis-millones-migrantes-refugiados-20210910101210.html

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