Operare a cuore aperto
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Davanti al caldo di un caffè mattutino e alla voglia di condividere riflessioni, emozioni e trasmettere l’impegno della propria quotidianità, Serena e Alessia ci raccontano cosa ha voluto dire essere operatrici del progetto “Rifugio Diffuso”.

Se nei precedenti approfondimenti abbiamo ascoltato e riportato la voce di chi ha vissuto da protagonista il progetto di accoglienza diffusa di CISV a Torino, è adesso importante condividere le opinioni di chi svolge in questo settore un ruolo professionale e umano altrettanto fondamentale e sfidante.

Ma partiamo dall’inizio, cosa significa essere un’operatrice nel settore accoglienza?

“È un mestiere che speriamo che prima o poi scompaia, nel senso che ci auguriamo che un giorno non ci sia più bisogno di figure di tramite come le nostre. Il nostro lavoro consiste nell’accompagnare persone migranti verso l’autonomia abitativa ed economica ma siamo coscienti che questo bisogno di accompagnamento nasca da ingiustizie ed iniquità che regolano il sistema-mondo”, iniziano concordando.

Come non essere d’accordo d’altronde. Che per ottenere un documento, una casa o un lavoro sia necessario superare grandi ostacoli solo per essere nati in certi contesti è profondamente ingiusto. Che per riuscirci ci sia l’obbligo di mettere la propria vita nella mani di altre persone, seguirne i consigli e le direttive altrettanto. Un sistema in cui è importante mettere in luce le proprie vulnerabilità per poter entrare nelle maglie intricate dell’accoglienza è un sistema che ha delle falle e anche grosse.

“Il nostro lavoro è molto complesso perché per accompagnare le persone migranti devi riuscire a saperne di tutto un pò: salute, documentazione, giurisprudenza.. tutto ciò che può riguardare la vita di una persona insomma. Siamo un tramite tra chi ha bisogno dei servizi e i servizi stessi, diventiamo delle guide nell’affrontare la complessità di un sistema che costantemente mette in difficoltà”, racconta Alessia, che dopo una laurea in psicologia criminale e un tirocinio in un carcere minorile ha deciso di dedicare il suo impegno lavorativo alle persone migranti, è proprio così che è arrivata a gestire Rifugio Diffuso nelle sue fasi finali.

“Siamo un pezzo di un sistema che non ci piace ma è importante starci dentro per poter fare in modo che le cose siano più umane. Lavorare insieme alle persone è qualcosa di estremamente arricchente e l’incontro con culture altre da quella europea è qualcosa che ti smuove nelle fondamenta”, prosegue Serena che ha scelto questa strada anni fa mossa dalla curiosità dell’antropologia e degli studi di genere.

L’autonomia poi è un concetto molto europeo, lavoriamo con persone che provengono da contesti in cui la collettività è fondamentale. Le comunità si sostengono e ricevere questo tipo appoggio è sacrosanto. È importante dunque considerare queste e altre cose nel momento in cui ci si approccia a persone provenienti dall’Africa Subsahariana ma anche dall’Afganistan, dall’Ucraina o dal Venezuela.”

Arriviamo quindi al Rifugio Diffuso, contesto in cui Serena ha lavorato per tre anni. Un progetto definito come una punta di diamante per il Comune di Torino. “Mi è sembrato un progetto estremamente diverso dal solito, perché l’accoglienza in casa ti permette di vedere delle sfaccettature che le strutture non lasciano tanto trapelare. Per noi è difficile perché da un lato dobbiamo raggiungere degli obiettivi progettuali e dall’altro dobbiamo stare molto attente alle singole esigenze delle famiglie e delle persone accolte.”

Persone richiedenti asilo o protezione internazionale hanno trovato grazie a questa opportunità, famiglie e singoli che le hanno accolte nella propria casa generando un processo di integrazione decisamente più fluido offerto da quello “normale” nelle strutture. Imparare l’italiano, costruire relazioni con persone al di fuori della propria comunità di origine, sono solo due delle opportunità che questo percorso ha agevolato.

Le operatrici hanno svolto in questo contesto il ruolo di tramite e di bussola tra la dimensione famigliare di intimità e quella progettuale/istituzionale che ha delle regole, tanta burocrazia alle spalle e una serie di compromessi necessari. Accompagnamento nello svolgimento nelle tappe e nell’accesso ai servizi sono step fondamentali per il raggiungimento dell’autonomia che è l’obiettivo del percorso. “Per noi è complesso entrare nelle case delle persone e dover passare un pò per controllanti ma il dialogo e il rispetto dei ruoli reciproci ci ha aiutato a fare sì che le esperienze siano positive la maggior parte delle volte in questo progetto”.

Un progetto che dal 2020 stava facendo la differenza e dando un’ottima alternativa ai più diffusi CAS o SAI e che purtroppo ha dovuto interrompersi a causa di un mancato rinnovo. “Ci è spiaciuta davvero molto questa fine, proprio per la qualità dell’iniziativa e perché aiutava anche noi a vedere le cose in modo diverso.”

Speriamo davvero di poter continuare a diffondere accoglienza così, di poter dimostrare alternative e di sperimentare con le persone per le persone. “Il nostro lavoro è difficile ma è bello perché è politico. Le parole che scegliamo per descriverlo sono POTENZIALITÀ ed ESPERIENZA COLLETTIVA”. Due concetti enormi, come il cuore di chi li fa propri nel lavoro e nell’impegno politico.

Ringraziamo tantissimo Serena e Alessia per il buonissimo caffè, per averci raccontato delle sfide di un lavoro che viene troppo spesso non visto e al tempo stesso caricato di tantissima responsabilità e professionalità.

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