Venezuela, l’epidemia acuisce la crisi umanitaria
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di Ignacio Pollini, referente CISV in Venezuela.

Qual è la situazione dell’epidemia in Venezuela e quali provvedimenti ha preso il governo?

Il primo caso segnalato ufficialmente è stato il 13 marzo a Caracas: si trattava di una persona che era stata in viaggio in Italia alcune settimane prima. Il 29 marzo il governo ha informato che finora esistono 129 casi e 3 morti accertati, e ha iniziato una “quarantena sociale” da lunedì 16 marzo (i primi due giorni solo in alcune regioni del centro Paese, poi in tutto il territorio nazionale), chiudendo le scuole per un mese e tutte le imprese, eccetto quelle riguardanti “sanità, alimentazione e sicurezza”.

Nello Stato di Mérida, dove ha sede l’ufficio CISV, hanno adottato come misura anche il controllo della vendita di benzina: per le automobili ufficiali del governo, i pompieri, le ambulanze e alcuni medici c’è un solo distributore dedicato e aperto. Il resto della popolazione è completamente tagliato fuori. Stessa misura anche in altri Stati di frontiera come la Colombia, dove CISV ha un progetto in corso.

Esperti in tema di salute hanno evidenziato che le misure prese dal governo sono di controllo sociale, nessuna ha carattere sanitario. Lo stile militare del governo centrale si riflette in questo sistema di isolamento sociale, che esercita un controllo ulteriore sulla popolazione civile. Un po’ come in Corea del Nord, dove l’isolamento strutturale che il governo impone da anni ha fatto da scudo e protezione, per cui l’infiltrazione del virus è stata relativamente bloccata. 

 

Come sta reagendo la popolazione?

In Venezuela le proteste sociali del 2014 e, con più forza, quelle del 2017, hanno creato una situazione molto simile all’attuale: la popolazione si è chiusa in casa per mesi, per proteggersi dai pericoli. La violenza in strada, sia da parte del governo (gruppi paramilitari e “collettivi” affini al governo) sia della delinquenza comune (siamo in un Paese con il tasso di omicidi tra i più alti al mondo) ha fatto sì che la gente si sia abituata a restare in casa, soprattutto i giovani, che hanno perso l’abitudine di uscire. Da anni dopo le 16.00 inizia un coprifuoco “spontaneo”, con negozi chiusi e la gente che se ne torna a casa. Inoltre la mancanza strutturale di benzina e i pochi trasporti pubblici fanno sì che il centro e molte zone della città si svuotino presto. 

In questo contesto l’obbligo della quarantena per il coronavirus ha trovato terreno “facile”, le famiglie hanno una certa abitudine a queste situazioni limite e una forte resilienza in tema di isolamento e chiusura. Il governo sta strumentalizzando la situazione, affermando la sua capacità di controllo del virus.

 

Questa epidemia arriva in un periodo di grande fragilità per l’economia venezuelana. Quali previsioni si possono fare per i prossimi mesi?

La crisi umanitaria complessa, in cui il Venezuela si trova ormai da diversi anni, si accentuerà nei prossimi mesi. La crisi sanitaria sarà anche peggiore, se il virus prenderà piede in maniera forte, vista la tragica situazione degli ospedali e la cronica carenza (fino al 70%) di medicine e forniture nelle farmacie e negli ospedali stessi. 

Inoltre il 14 marzo, ancora prima dell’inizio della quarantena, il governo colombiano ha chiuso la frontiera con il Venezuela. Nelle regioni andine, tra cui Mérida, la dipendenza dai prodotti che arrivano dalla Colombia è quasi totale. Anche se i ponti internazionali sono stati chiusi al traffico su ruote e consentono solo il passaggio pedonale, ormai da molti anni la sopravvivenza degli Stati andini dipende in larga parte da questo fiume umano che attraversa i ponti a piedi, con tutti i tipi di prodotti, alimentari, sanitari e di ogni altro genere.

Ora che tutto è bloccato, nelle prossime settimane si prevede un fortissimo calo di merci disponibili da questo lato della frontiera. Il Venezuela, da sempre, è stato un Paese importatore di tutto, l’enorme ricchezza del petrolio e la disponibilità di petrodollari hanno sempre permesso di acquisire all’estero tutto il necessario per la vita quotidiana. La produzione interna, nonostante le promesse dei governi negli ultimi 30 anni, è ridotta ai minimi termini e la dipendenza dalle importazioni è spietata. Se non riapriranno presto le frontiere, permettendo il flusso di merci, ci sarà un’ulteriore crisi umanitaria.

Il blocco totale della vendita di benzina per la popolazione civile è un ulteriore colpo alla fragilissima economia delle famiglie. Pochi spostamenti (sia pubblici che privati) e poche possibilità di andare a cercare le cose di cui si ha bisogno ogni giorno, rendono la vita più vulnerabile e complicata.

 

Come stanno procedendo le attività CISV?

Le attività CISV in Venezuela sono quasi completamente bloccate. Il progetto Feminizando la Defensa de los Derechos (Femminizzando la difesa dei diritti umani), un programma di rafforzamento delle donne che difendono i diritti nella zona di frontiera colombo-venezuelana, è fermo per l’impossibilità di realizzare riunioni con le persone e con le organizzazioni di base. Stiamo progettando un piano di formazione online per le donne che hanno accesso a internet, ma non tutte ce l’hanno e i tagli dell’energia elettrica – con blackout dell’ordine di 3-5 ore al giorno fino a casi di 18 ore – ne rendono molto complicata la realizzazione.

Gli altri progetti che segue CISV a Mérida soffrono le stesse conseguenze. Il progetto Bibliomula (promozione della lettura con una mula che visita settimanalmente le scuole rurali), è attualmente fermo, poiché le scuole sono chiuse. Il progetto Fundación Don Bosco, una casa-famiglia che ospita 30 bambini di strada, in questo momento ha dovuto rimandare alla famiglia d’origine 20 bambini tenendone in sede 10, che non hanno dove andare e vengono accuditi da volontari del personale, con turni di 24 ore ciascuno. Il centro diurno Jardin de la Esperanza, che accoglie durante il giorno 15 bambine ad alto rischio sociale, ora ha dovuto chiudere per la quarantena e l’impossibilità di far spostare il personale.

 

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Foto di skeeze da Pixabay

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